Movies

Recensione Marmaduke – L’animazione Netflix con la voce di Pete Davidson è un vero cane | Animazione nel cinema

ion i giorni più verdi di Internet, a immagine protomeme Rimbalzando su forum e chat board raffiguranti un Marmaduke rozzamente animato al computer seduto in un ristorante italiano, che viene urlato da un uomo con la barba: “SIGNOR MARMADUKE! CHE COSA FAI DAL PIZZA DI LUIGI QUANDO SEI UN CANE E NESSUNA PERSONA?” Quest’uomo, presumibilmente Luigi, nota poi che qualcosa negli occhi rossi e spietati di Marmaduke ha trasformato entrambe le sue mani in teste di Babbo Natale, che ridono in giapponese e fungono da propulsori di razzi che lo spingono nello spazio.

<

La mia teoria di lavoro è che il team responsabile del nuovo lungometraggio Marmaduke di Netflix non fosse a conoscenza del fumetto di quasi 60 anni del disordinato ma adorabile alano, e invece abbia preso come materiale di partenza questo allucinatorio webcomic molto probabilmente messo insieme da qualche pazzo tra 20 minuti. Nella negligenza della sua costruzione slapdash, nella spiazzante piattezza del suo stile, nella sua sfacciata resistenza ai fondamenti basilari della logica e nella sua ostilità verso l’umorismo convenzionale che rasenta l’avanguardia, il nuovo film (un generosamente applicato a questo caso sequenza di immagini in movimento) ha molto più in comune con il frenetico, brutto delirio delle oscurità online che con le pagine divertenti del giornale. Presentato in anteprima senza clamore e nascosto nelle fessure più polverose della libreria dei contenuti di Big Red N, ora è proprio dove appartiene, una stranezza digitale così minore e fuori marchio che si potrebbe a malapena dire che esista.

Il che sarebbe un vero favore recitare Pete Davidson, evidentemente continuando il suo percorso professionale in stile Adam Sandler facendo il tipo di film per bambini che schiaccia lo spirito che ha dato all’Uomo Sabbia abbastanza disprezzo per se stesso da alimentare Funny People. Prestando la sua brogue nasale di Staten Island al nostro amico canino, ogni riga letta dal lothario di SNL suona sarcastico, come se volesse che gli spettatori più informati capissero che ha preso questo lavoro come un pezzo spaventoso. Non da quando Eric Roberts ha ringhiato attraverso A Talking Cat!?! la trama squallida di un’esibizione vocale è stata così violentemente in contrasto con la creatura che graffia la pancia che pronuncia le parole. Eppure questa dissonanza si intreccia in modo controintuitivo con il resto del film, che condivide una certa mancanza di fluidità anche nel vocabolario cinematografico più rudimentale. E, del resto, a volte il vocabolario della lingua inglese.

Dimentica un tono coerente: in breve tempo, inizia a sembrare molto da chiedere a una sceneggiatura che pasticcia la semplice disposizione dei punti della trama in una sequenza lineare. L’azione è guidata meno dalla causalità che da impulsi profondi e primordiali per i quali la nostra civiltà non ha nome, impulsi del cervello animale che spingono un animale insolitamente umano da un dirottamento all’altro. Marmaduke si lancia per la prima volta in una festa di compleanno sulle tracce delle braciole di maiale e distrugge una piscina fuori terra, perdendo l’acqua di un uragano che annega l’intero quartiere. Oltre a stabilire Marmaduke come fonte di enorme vergogna per la sua famiglia, “Nessuno a scuola vuole essere mio amico perché il mio cane è un perdente!” Piange il figlio più crudele della storia – oltre che una celebrità virale durante la notte, questo attira l’attenzione dell’altezzoso allenatore Guy Hilton (voce di Brian Hull), convinto che trasformare questo disastro a quattro zampe in un campione di esposizioni canine sarà il coronamento della sua carriera. Il suo lavoro è tagliato per lui; nel turno di qualificazione, Marmaduke scoreggia così male che un numero significativo di spettatori vomita e muore.

Fortunatamente, questo non lo esclude dalle finali organizzate come un’Olimpiade alla pecorina, con ogni nazione del mondo che nomina un rappresentante canino. Il Messico, ad esempio, riceve un chihuahua iperattivo con un accento Speedy Gonzalez la cui obbedienza viene messa alla prova offrendogli un taco che deve astenersi dal divorare. Gli altri atti non sono così sfacciatamente razzisti, anche se tutti trovano il loro modo di essere altrettanto sconsiderati: la routine civettuola di un barboncino francese ci invita ad avere pensieri impuri su un cane dei cartoni animati e un -collocare un intermezzo di arti marziali con i calzascarpe concorrenti cinesi per ricordare che il gruppo di animazione con sede a Hong Kong One Cool Group ha avuto una mano in questo pantano.

Lo studio accreditato per la prima volta con il gioco sessuale Naked Ambition 2 forma un asse di incompetenza con i co-registi Youngki Lee (un produttore di effimeri direct-to-video, che prende per la prima volta la sedia del regista), Mark AZ Dippé (accreditato con il film del 1997 Spawn e l’altrettanto infernale Halloween di Michael Jackson del 2017) e Phil Nibbelink (di An American Tail: Fievel Goes West). Con quasi un secolo di anni uomo nel business tra di loro, raggiungono comunque un livello di dilettantismo estetico raramente visto nei film a grande diffusione, più strettamente associati alle schermate dei menu dei DVD, ai giochi per computer destinati a insegnare ai bambini i fondamenti della fonetica, o, sì, MS Paint abomini come la scena non autorizzata nella pizzeria di Luigi.

L’effetto cumulativo dell’uso della tecnologia considerata l’ultima volta nel 2003 per dare vita al dialogo con la funzionalità artificiosa di una prima incursione nella fan fiction è che nulla di tutto ciò sembra reale, o almeno non abbastanza reale da meritare un recensione come questa. Ma questo è il paradosso di Netflix, uno studio che non ha lasciato che la crescita verso la legittimità del settore impedisse loro di infilare crapola della bushleague nel cinema dell’approvvigionamento idrico è qualunque cosa dicano che sia, senza distinzione tra la prova di -concetto demo e articoli originali. Si butta tutto nel mucchio con gli altri e si va avanti.

Related Articles

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Back to top button
Close
Close